L’analisi del mercato del lavoro italiano delinea un quadro di eccezionalità negativa nel contesto delle economie sviluppate. Nel lungo periodo, i salari reali dei lavoratori italiani hanno mostrato una dinamica di sostanziale immobilismo, configurando una situazione in cui la retribuzione media, in termini di potere d’acquisto reale, risulta inferiore rispetto ai livelli registrati nel 1990.
La dinamica dei salari reali in Italia (1990-2026): un caso unico di stagnazione
L’Italia detiene questo primato negativo all’interno dell’Unione Europea, distinguendosi nettamente dai principali partner continentali. Mentre tra il 1990 e il 2020 i salari reali in Francia, Germania e Spagna registravano crescite comprese tra il 20% e il 30%, il dato italiano evidenziava una contrazione reale stimata tra il 3% e il 4%. Se si estende la prospettiva storica all’ultimo trentennio (1994-2024), i salari reali in Spagna sono cresciuti del 2,76%, in Germania del 24,1%, in Francia del 28,4% e la media dei paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha segnato un incremento del 30,8%, a fronte di un marginale +0,5% registrato in Italia.
Questa prolungata stagnazione salariale è stata ulteriormente aggravata dagli shock inflazionistici che hanno caratterizzato il periodo successivo alla crisi pandemica. Il Rapporto Annuale 2025 di Istat, presentato dal Presidente Francesco Maria Chelli presso Palazzo Montecitorio il 21 maggio 2025, evidenzia come, rispetto al 2019, si è registrato un calo cumulato del potere d’acquisto dei salari pari all’8,6%, dopo aver toccato un picco negativo del -10,5% nel corso del 2024.
I tentativi di recupero salariale per via contrattuale si sono rivelati tardivi e parziali. Sebbene nel 2024 gli aumenti contrattuali nominali (+3,1%) abbiano superato l’inflazione (+1,1%) per la prima volta in un triennio, tale dinamica non è stata sufficiente a ripianare le perdite subite nel biennio 2021-2022. All’inizio del 2025, i salari reali in Italia risultavano ancora inferiori del 7,5% rispetto ai livelli dell’inizio del 2021, registrando la caduta più vistosa tra le grandi economie dell’OCSE. Le prospettive per il biennio successivo indicano una crescita nominale delle retribuzioni per dipendente pari al 2,6% nel 2025 e al 2,2% nel 2026; a fronte di un’inflazione prevista rispettivamente al 2,2% e all’1,8%, i guadagni in termini reali rimarranno estremamente modesti, confermando la difficoltà del sistema di agganciare una ripresa vigorosa.
Paese / Indicatore | Crescita Salari Reali (1994-2024) | Salario Medio Annuo Nominale (EUR, 2024) |
Italia | +0,50% | €33.523 – €36.594 |
Spagna | +2,76% | €33.700 |
Francia | +28,40% | €43.790 – €45.964 |
Germania | +24,10% | €53.791 |
Media OCSE | +30,80% | – |
In questo scenario di prolungata compressione dei redditi, l’attrazione e la selezione dei talenti si configurano come sfide eccezionali per le imprese italiane, costrette a operare in un contesto in cui la leva monetaria d’ingresso è fortemente penalizzata. È qui che l’attività di società di selezione specializzate si rivela strategica.
In particolare, Etalentum opera con un modello di business innovativo incentrato sulla prossimità territoriale e su un’analisi approfondita delle dinamiche retributive locali, anche attraverso la pubblicazione di guide salariali dettagliate.
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La produttività del lavoro come causa alla radice della crisi salariale
La spiegazione economica della stagnazione dei salari in Italia risiede nell’andamento della produttività del lavoro. La teoria macroeconomica evidenzia come, nel lungo periodo, la crescita dei salari reali non possa prescindere dall’incremento del valore aggiunto generato per ora lavorata. In Italia, questa relazione si è interrotta a causa di un blocco strutturale della produttività che dura da quasi un trentennio. Tra il 1995 e il 2024, la produttività è cresciuta a un tasso medio annuo di appena lo 0,2% (con stime Istat che indicano lo 0,4% per il periodo 1995-2023), un dato ampiamente inferiore all’1,2% medio dell’Unione Europea a 27 paesi. Nello stesso periodo, la produttività oraria è cresciuta a ritmi decisamente superiori in Germania (+1,3%), Spagna (+1,2%) e Francia (+1,0%), scavando un solco competitivo profondo tra l’Italia e i suoi principali partner commerciali.
La recente evoluzione congiunturale conferma la gravità di questa tendenza. Nel 2023, la produttività del lavoro in Italia è diminuita del 2,5%, riflettendo una crescita del valore aggiunto dei settori di mercato estremamente debole (+0,2% in volume) a fronte di un marcato incremento delle ore lavorate (+2,7%). Nel 2024, la produttività ha registrato un ulteriore calo dell’1,9%. Al contrario, nello stesso periodo, la media dell’Unione Europea ha segnato un incremento dello 0,8%, mentre economie come la Spagna e la Francia hanno chiuso l’anno in territorio positivo e la Germania ha contenuto la flessione al -0,5%.
Questo andamento mette in luce un paradosso occupazionale. L’aumento del tasso di occupazione in Italia, che ha raggiunto il massimo storico del 62,4%, non si è tradotto in una reale espansione della capacità produttiva. L’incremento del fattore lavoro (+2,3% delle ore lavorate nel 2024) a fronte di un valore aggiunto quasi stazionario (+0,4%) indica che i nuovi inserimenti occupazionali avvengono prevalentemente nelle fasce più basse della scala delle competenze e in settori tradizionali a basso valore aggiunto.
Il declino della produttività del lavoro è strettamente legato alla contrazione della Produttività Totale dei Fattori (PTF), che misura l’efficienza complessiva dei processi produttivi e riflette l’incorporazione del progresso tecnico e dell’innovazione organizzativa e gli investimenti in beni capitali ad alta tecnologia e in ricerca e sviluppo. Inoltre, la produttività del capitale è diminuita dello 0,9% nel medesimo anno, a causa di un incremento dell’immissione di capitale inferiore rispetto alla crescita delle ore lavorate. Senza un recupero della PTF e un incremento degli investimenti in attività immateriali, le imprese non dispongono dei margini economici per concedere incrementi salariali reali, limitando il ruolo della contrattazione collettiva a un mero inseguimento dell’inflazione passata.
La persistente crisi della produttività e l’assenza di margini di profitto per gli aumenti contrattuali incidono direttamente sulla capacità delle imprese di trattenere i dipendenti più qualificati, i quali non vedono premiato il proprio valore in azienda. Etalentum consiglia di adottare approcci differenziati che non guardano solo alla dinamica salariale, ma alla costruzione di veri e propri pacchetti retributivi, comprensivi di benefit non monetari (come il welfare aziendale o la flessibilità organizzativa), capaci di superare lo stallo dei salari reali e attrarre o trattenere i professionisti più ambiti.
La fuga dei cervelli e il circuito vizioso del capitale umano
Le basse retribuzioni reali e l’assenza di percorsi di carriera dinamici alimentano un flusso costante di emigrazione di giovani qualificati, un fenomeno comunemente definito come “fuga dei cervelli”, che priva il paese delle sue risorse più competitive.
Confindustria ha stimato il costo annuale della perdita di capitale umano in circa 14 miliardi di euro, calcolato sulla base dei costi di istruzione e formazione sostenuti dallo Stato per generare competenze che andranno ad avvantaggiare i sistemi economici esteri. Se si considera l’intero ciclo degli investimenti pubblici e delle perdite di potenziale produttivo, alcune valutazioni stimano il costo macroeconomico cumulato in circa un punto di PIL. Nell’arco del decennio compreso tra il 2012 e il 2021, sono emigrati dall’Italia oltre 337.000 giovani, di cui più di 120.000 in possesso di una laurea. Il rientro di professionisti qualificati nello stesso periodo si è fermato a circa 41.000 unità, determinando un saldo migratorio del capitale umano ampiamente negativo. Il fenomeno tocca punte di rilievo tra i dottori di ricerca, con il 14% dei ricercatori che decide di lasciare il paese entro un anno dal conseguimento del titolo, percentuale che sale al 21% nelle scienze di base e raggiunge un terzo per i dottorati in discipline scientifiche nel medio periodo.
Le cause che spingono i giovani talenti ad abbandonare l’Italia si articolano su più fattori del mercato del lavoro:
- Differenziali retributivi e basso premio salariale: i laureati italiani figurano tra i meno pagati in Europa, con uno stipendio medio annuo d’ingresso di circa 28.000 euro. I dottori di ricerca che lavorano all’estero percepiscono una remunerazione mensile mediamente superiore di circa 1.000 euro rispetto ai colleghi che scelgono di rimanere in Italia. Inoltre, il differenziale retributivo tra diplomati e laureati nei primi anni di carriera è molto contenuto, riducendo l’incentivo economico a completare gli studi terziari all’interno del paese.
- Prevalenza di contratti instabili: oltre l’80% dei contratti di lavoro attivati per i giovani nel 2022 presentava caratteristiche di precarietà o contratti a breve termine, alimentando una condizione di incertezza economica e ritardando l’ingresso nel mercato del lavoro stabile.
- Carenza di meritocrazia e trasparenza: la percezione di un mercato occupazionale poco orientato al merito e caratterizzato da percorsi di carriera scarsamente strutturati spinge i profili ad alta specializzazione verso contesti esteri più dinamici e competitivi, dove le competenze individuali vengono valutate in modo oggettivo.
- Skill mismatch strutturale: si registra un forte disallineamento tra le competenze possedute dai laureati e le richieste di un tessuto produttivo dominato da imprese di piccola dimensione operanti in settori tradizionali a basso valore aggiunto. Ciò si traduce in un basso tasso di occupazione per i giovani in possesso di titoli universitari (70,2% in Italia contro l’84,6% della media OCSE).
Questo scenario genera un grave cortocircuito demografico e formativo. L’Italia presenta una quota di giovani tra i 25 e i 34 anni in possesso di un titolo di studio terziario pari ad appena il 29%, collocandosi al penultimo posto nell’Unione Europea a fronte di una media OCSE del 47,1%. Nonostante la scarsità di risorse laureate, il sistema economico non riesce ad assorbire e valorizzare adeguatamente questa forza lavoro, spingendola all’emigrazione e riducendo ulteriormente la capacità di innovazione delle imprese nazionali. Per contrastare tale tendenza, la Commissione Europea ha promosso iniziative come il Talent Booster Mechanism, volto a rivitalizzare i territori colpiti da un rapido declino della popolazione in età attiva e da bassi tassi di laureati, un problema che in Italia interessa ben 13 regioni su 21.
Analisi comparativa con la Spagna: riforme, politica salariale e performance
Etalentum è una multinazionale spagnola, specializzata nella Ricerca e Selezione del Personale. La Spagna presenta una struttura del tessuto produttivo molto simile a quella italiana e abbiamo voluto realizzare un confronto tra le due realtà poiché l’analisi comparativa evidenzia come scelte di politica economica e riforme strutturali mirate possano produrre dinamiche occupazionali e salariali nettamente divergenti in paesi strutturalmente affini dell’Europa meridionale.
Negli ultimi anni, la Spagna ha intrapreso un percorso di forte crescita economica, posizionandosi ai vertici dell’eurozona. Le previsioni per il 2026 indicano una crescita del PIL stimata tra il 2,0% e il 2,3% (superiore all’1,9% degli Stati Uniti e quasi doppia rispetto alla media dell’eurozona), trainata da una solida domanda interna, dai consumi privati e da una accelerazione degli investimenti legati al pieno dispiegamento dei fondi europei del Piano di Ripresa. Questa performance si confronta con una crescita del PIL italiano ferma allo 0,5% nel 2025, penalizzata dalle incertezze geopolitiche e dalla riduzione degli incentivi nel settore delle costruzioni.
Un pilastro fondamentale della strategia spagnola è stato il forte rialzo del salario minimo legale (SMI). Dal 2018, il salario minimo in Spagna è aumentato di oltre il 50%, passando da 900 euro a 1.221 euro al mese (distribuiti su 14 mensilità) nel 2026. Questa politica, supportata dai sindacati CCOO e UGT, ha spinto verso l’alto l’intera struttura retributiva, garantendo un reale incremento del reddito per i lavoratori collocati nelle fasce più deboli e riducendo la dispersione salariale. L’Italia, priva di un salario minimo legale, sconta una debolezza salariale che si riflette in stipendi medi nominali che nel 2024 sono risultati inferiori rispetto a quelli spagnoli, invertendo la gerarchia retributiva storica tra i due paesi.
Un secondo elemento di netta discontinuità è rappresentato dalla riforma del lavoro spagnola del 2021, promossa dal Ministro Yolanda Díaz. La riforma ha operato una profonda semplificazione contrattuale, stabilendo il principio di presunzione del contratto a tempo indeterminato e limitando fortemente il ricorso ai contratti a termine. Questi ultimi sono stati ridotti a sole due tipologie: strutturali (per circostanze di produzione occasionali, per una durata massima di 6-12 mesi) e di sostituzione. Per disincentivare l’uso eccessivo di contratti a brevissimo termine, è stata introdotta una penale/malus per ogni contratto a tempo determinato non rinnovato, con sanzioni crescenti al ridursi della durata del rapporto.
I risultati aggregati della riforma spagnola evidenziano un marcato miglioramento della qualità dell’occupazione:
- Stabilizzazione dei contratti: la quota di contratti a tempo indeterminato sul totale della forza lavoro è salita dal 62% al 71%, mentre l’incidenza dei contratti temporanei si è contratta dal 27% al 13%.
- Flessibilità contrattuale controllata: è stato valorizzato il contratto a tempo indeterminato discontinuo (fijos-discontinuos) per gestire le attività stagionali (in particolare nel turismo e nell’agricoltura), garantendo tutele stabili ai lavoratori nei periodi di inattività.
- Rafforzamento della contrattazione collettiva: è stata ripristinata l’ultrattività dei contratti collettivi scaduti, eliminando il limite temporale di un anno e mantenendone la validità fino al rinnovo, per riequilibrare i rapporti di forza negoziali.
- Meccanismi di flessibilità interna: è stato introdotto il Meccanismo RED di Flessibilità e Stabilizzazione dell’impiego (evoluzione degli ERTE pandemici), volto a favorire la riduzione dell’orario di lavoro e la formazione in luogo dei licenziamenti durante le crisi settoriali o cicliche.
Sebbene la Spagna registri ancora un tasso di disoccupazione storicamente elevato (10,8% a inizio 2026 contro il 6,1% dell’Italia), il dinamismo del suo mercato del lavoro e la stabilità contrattuale conseguita offrono un modello di sviluppo divergente rispetto a quello italiano, caratterizzato da riforme che hanno ridotto la precarietà senza compromettere la competitività del sistema economico.
Ostacoli strutturali: cuneo fiscale, progressività e struttura dimensionale delle imprese. Un confronto con la Spagna.
Le determinanti della bassa produttività e del blocco dei salari in Italia presentano una natura fortemente strutturale, riconducibile alla configurazione del tessuto imprenditoriale e al peso del prelievo fiscale e contributivo sul lavoro.
La struttura dimensionale del sistema produttivo italiano si caratterizza per un’elevata frammentazione. Il 42,5% della forza lavoro in Italia è impiegato in micro-imprese con un numero di addetti compreso tra 0 e 9, a fronte del 35,5% registrato in Spagna. Questa specificità dimensionale incide negativamente sui livelli di produttività aggregata: le micro-imprese presentano minori capacità di investimento in innovazione, minori economie di scala e una ridotta propensione all’esportazione. Inoltre, la retribuzione media mensile nelle micro-imprese italiane si attesta a circa 1.260 euro, sensibilmente inferiore ai 1.665 euro pagati dalle analoghe realtà spagnole. Sebbene le medie imprese italiane dimostrino una straordinaria competitività – evidenziando una crescita della produttività del lavoro del 31,3% nel decennio 2014-2023, superiore a quella delle medie imprese tedesche, francesi e spagnole – il peso complessivo delle micro-imprese frena l’efficienza del sistema economico nazionale.
A questa debolezza strutturale si somma un livello di tassazione sul lavoro tra i più elevati dell’area OCSE. Nel 2024, il cuneo fiscale complessivo in Italia è risalito al 47,1% del costo del lavoro, evidenziando un incremento rispetto al 45,1% del 2023. Questo rialzo riflette principalmente un effetto contabile legato all’aumento della retribuzione lorda annua di riferimento presa in esame dall’OCSE, passata da 33.492 euro a 35.616 euro. Per il 2025, l’introduzione del nuovo sistema di detrazioni IRPEF strutturato dalla Legge di Bilancio (L. 207/2024), in sostituzione del precedente esonero contributivo del 6% e 7%, dovrebbe determinare una riduzione stimata del cuneo fiscale al 44,9%. Ad esempio, l’applicazione di queste misure su un reddito lordo di 35.616 euro riduce le imposte nette da 6.315 a 5.345 euro, con riduzioni aggiuntive previste a livello locale come quelle introdotte nella Regione Lazio (Legge n. 22 del 30 dicembre 2024), traducendosi in un incremento netto in busta paga di circa 1.030 euro per il lavoratore. Nonostante tali interventi correttivi, il cuneo fiscale italiano rimane di gran lunga superiore rispetto a quello della Spagna, dove si attesta al 40,6%, posizionando il paese iberico al 13esimo posto della graduatoria OCSE rispetto al quarto posto occupato dall’Italia.
Inoltre, la progressività del prelievo fiscale italiano risulta particolarmente aggressiva rispetto a quella spagnola. In Spagna, la curva delle aliquote è più piatta, e lascia un netto che varia dal 71,7% dell’ammontare lordo per redditi bassi al 55% per redditi pari al 167% del salario medio. In Italia, a un livello di reddito pari al 167% del salario medio, la quota netta percepita dal lavoratore si contrae fino al 46% del costo aziendale totale. Questa elevata aliquota marginale effettiva disincentiva gli incrementi retributivi e la crescita professionale, poiché gran parte dell’aumento del costo del lavoro sostenuto dall’impresa viene assorbito dal fisco anziché tradursi in salario netto per il dipendente.
Questo elevato prelievo fiscale è in gran parte imposto dalla necessità di finanziare un sistema di protezione sociale sbilanciato sulla spesa previdenziale. L’Italia destina il 15,5% del proprio PIL alla spesa per pensioni, a fronte del 13,2% della Spagna. La differenza, pari a circa 50 miliardi di euro annui, è riconducibile al costo delle pensioni anticipate (come le formule Quota 100/102/103 o Opzione Donna), che in Italia rappresenta l’1,77% del PIL rispetto allo 0,60% registrato in Spagna. Tale squilibrio si riflette sulla pressione fiscale complessiva, che in Italia raggiunge il 42,5% del PIL rispetto al 37,1% della Spagna, riducendo i margini di manovra pubblica per sostenere i salari netti e gli investimenti produttivi.
La forte prevalenza di micro-imprese e l’elevata pressione fiscale mettono a dura prova i tradizionali canali di recruiting delle PMI, impossibilitate a competere con la capacità di spesa e di attrazione delle grandi multinazionali. Tuttavia, adottare modelli di selezione innovativi, può aiutare a ridurre notevolmente i tempi di selezione e individuare in modo più preciso le competenze e, soprattutto, le soft skill dei candidati, sempre più importanti (ne abbiamo parlato in questo articolo) per garantire un fit culturale.
Una sfida per la politica
La stagnazione dei salari in Italia non costituisce un fenomeno transitorio, ma rappresenta la conseguenza diretta di nodi strutturali irrisolti che frenano la produttività del lavoro e penalizzano l’attrazione e la ritenzione dei talenti. Invertire questa traiettoria richiede un’azione politica chiara. Il caso della Spagna ci insegna che è possibile operare riforme strutturali che incidono profondamente e rapidamente sulla dinamica dei salari e sulla produttività.
- Riforma organica del prelievo fiscale e contributivo: al fine di superare la logica delle decontribuzioni temporanee, occorre realizzare un taglio strutturale e permanente del cuneo fiscale sul lavoro. Tale misura deve focalizzarsi sulla riduzione della forte progressività marginale che colpisce i redditi medi e alti, in modo da consentire alle imprese di valorizzare i percorsi di carriera e incrementare i salari netti senza generare incrementi insostenibili del costo del lavoro complessivo.
- Razionalizzazione della spesa sociale e previdenziale: per reperire le risorse necessarie alla riduzione delle tasse sul lavoro, è indispensabile riequilibrare la composizione della spesa sociale, contenendo le uscite destinate ai pensionamenti anticipati (pari all’1,77% del PIL rispetto allo 0,60% della Spagna) per allineare l’età di pensionamento effettiva a quella legale. Le risorse recuperate dovrebbero essere indirizzate verso politiche attive del lavoro e servizi di welfare a sostegno della conciliazione vita-lavoro, in particolare per incrementare il tasso di occupazione femminile (fermo al 58% in Italia contro il 67,6% in Spagna).
- Incentivi alla crescita dimensionale e all’innovazione tecnologica: occorre superare la frammentazione del tessuto produttivo attraverso incentivi fiscali e finanziari volti a favorire le aggregazioni aziendali e la crescita delle micro-imprese verso dimensioni strutturate. Solo imprese di adeguate dimensioni possono sostenere gli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S), digitalizzazione e intelligenza artificiale indispensabili per innalzare la produttività totale dei fattori e competere sui mercati globali.
- Sinergia tra formazione terziaria e imprese: è prioritario colmare il divario di laureati rispetto alla media europea, potenziando il finanziamento degli ITS Academy (con uno stanziamento stabile di almeno 120 milioni di euro annui) e incentivando la collaborazione tra università e imprese, in particolare nei percorsi di dottorato industriale. Al contempo, il mercato del lavoro deve valorizzare le competenze avanzate: come evidenziato dalle ricerche empiriche, le competenze digitali avanzate registrano oggi un premio di occupabilità nei processi di selezione nettamente superiore rispetto a quello di una laurea generica (7,6% per ruoli manageriali contro il 3% della laurea), indicando la necessità di integrare i titoli accademici con specializzazioni pratiche e tecnologiche immediatamente spendibili.
Senza un recupero strutturale della produttività del lavoro e una decisa transizione verso produzioni ad alto valore aggiunto, le retribuzioni in Italia rimarranno intrappolate in un circolo vizioso di bassa competitività e svalutazione reale, costringendo la quota migliore del capitale umano nazionale a cercare stabilità e valorizzazione all’estero.
